Diario di una vita

C’è ancora una vita per il caregiver?

Nell’articolo precedente ho fatto una piccola sintesi di ciò che è un caregiver.

Cioè colui che sceglie o deve occuparsi di un proprio familiare non autosufficiente, per permettergli di vivere in maniera dignitosa. Ovviamente non riflette tutta la varietà di casi e persone: è talmente ampio e complesso l’argomento, la tipologia dell’assistito e di chi assiste, che non riuscirei a farlo.

Però in comune, oltre ad essere per la gran parte donne, come già anticipato precedentemente, c’è un’altra inconfutabile questione: la vita del caregiver cambia completamente.

A parte il lato strettamente fisico, occupazionale, del fatto che l’assistenza è continua, non ci sono mai soste ne periodi di vacanza c’è l’implicazione mentale, quella più subdola, e anche quando si riesce ad allontanarsi dall’assistito, la mente non è mai sgombera dai pensieri, dai sensi di colpa, dai dubbi se la persona con la quale è stata lasciata sia all’altezza del compito che oramai noi svolgiamo da anni.

Così il senso di responsabilità si associa all’enorme carico emotivo personale, che ogni giorno, dobbiamo affrontare quando impotente assistiamo alla sofferenza della persona che amiamo. Perché ogni giorno è diverso. Se lui sta bene anche tu stai bene, se lui è malato tu, inevitabilmente lo diventi.

Il coinvolgimento è totale e ti prosciuga tutte le energie.

Mi ricordo ancora, (e come potrei dimenticare), il giorno in cui all’ospedale, dopo aver parlato con il neurologo, lui, sdraiato su quel letto, immobile, attendeva che io gli dicessi qualcosa sulla sua situazione. Voleva sentirselo dire da me.

Io ho preso una sedia, l’ho accostata al suo letto, ci sono salita in piedi per guardarlo negli occhi e dal mio metro e mezzo, forte e coraggiosa come il ruolo stava richiedendo, gli ho ripetuto ciò che il dottore mi aveva detto: non ci sono speranze sul fatto che lui possa recuperare qualche movimento. La lesione è troppo alta.  Lui avrebbe trascorso il resto della sua vita da tetraplegico.

Leggere la disperazione nei suoi occhi è stata come ricevere una coltellata nel cuore.

Ho trattenuto le lacrime, perché è un’altra di quelle regole non scritte che bisogna osservare, mai mostrare il proprio dolore alla persona di cui hai cura, e gli ho promesso che insieme ce l’avremmo fatta. Avevamo condiviso tanto assieme, ne avevamo passate tante sul lavoro, avevamo affrontato tanti ostacoli e ogni volta gli avevamo superati. Perché questa volta sarebbe dovuto essere differente?

In quel momento io stavo dicendo addio alla nostra vita precedente, alla persona che ero fino a qualche giorno prima. 

Non avevo messo in conto tutto ciò che avrebbe comportato assumersi questa responsabilità: prendere in carico la vita di un’altra persona. Vuol dire annullarsi. Azzerare qualsiasi desiderio di autonomia, qualsiasi prospettiva professionale, vuol dire rinunciare a se stessi per permettere a qualcun altro di vivere.

In questi giorni, mi hanno raccontato di almeno altre due donne che hanno fatto la mia stessa scelta. Due incidenti diversi, uno in moto, l’altro praticando sport, due risultati identici: tetraparesi, accorsi ai loro compagni.

In fondo quando ti devi occupare di un tuo genitore o di un figlio, è una scelta dovuta, irrinunciabile, fa un po’ parte del gioco della vita. Senza nulla togliere alla sofferenza che è comunque indescrivibile e mi auguro che almeno questa mia sia risparmiata.

Occuparsi del proprio compagno è diverso. E’ come assistere ad un lutto della persona amata.

Una volta superata la pena nei suoi confronti, che ti spinge a decidere che te ne occuperai per tutta la vita, devi nuovamente innamorarti di lui, devi cercare nel suo animo ciò che hai amato e continuare a farlo. Perché se manca quest’amore, vi assicuro, che non si può resistere, non ci si può negarti per un’altra persona.

Subentra anche un po’ l’istinto materno, o il nostro spirito da crocerossina, perché in fondo, lui all’inizio è fragile e indifeso come un bambino, e accudirlo è un po’ come colmare questo desiderio.

E’ solo dopo qualche mese, qualche anno, che ti rendi conto, che il compito è gravoso, che non ha nulla di poetico e che tu non sei più libera di essere te stessa.

 

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