Diario di una vita

Caregiver a chi ?

Quando da bambina mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io rispondevo e anche con una certa convinzione: l’architetto.

Poi, crescendo, l’architetto l’ho fatto sul serio.

Ho intrapreso la scuola d’arte prima e la facoltà di architettura poi e infine dopo una laurea a pieni voti ho conseguito il dottorato.

Ero finalmente ciò che avrei voluto essere.

E devo ammettere che per dieci anni sono stata anche un bravo architetto, d’interni perché a me piaceva l’arredamento e la ristrutturazione.

Peccato però che a 40 anni la mia carriera si è bruscamente interrotta e la mia nuova professione sembra sia diventata quella del caregiver.

Ma io non ho studiato e non mi sono preparata per farlo, non ho ricevuto alcun attestato che testimoniasse l’apprendimento ma ad un certo punto è capitato. Mio malgrado ho dovuto assumere questo ruolo, di cui non conoscevo neanche l’esistenza.

E in effetti 12 anni fa una definizione così formale ed elegante, di derivazione anglosassone, che lasciava presagire chissà quale professione, non veniva mai utilizzata.

Questa cosa m’inorgoglì.

Vuoi vedere che ho studiato tanti anni, rinunciando a tanti svaghi, per praticare una professione così scontata e in esubero come quella dell’architetto, quando invece, senza alcuna preparazione specifica avrei potuto fare la caregiver?

Se me l’avessero detto qualche anno fa, avrei evitato di affannarmi così tanto. In fondo è stato facile. In Italia basta trovarsi a fianco di un familiare non più autosufficiente per diventare automaticamente caregiver.

E poi caregiver, portatore di cure, cosa vorrà poi dire? Non ho mai sentito nessuno dire che svolge la professione del portatore di cure. Ci sono quelli delle consegne a domicilio, gli autotrasportatori, i corrieri, i medici che si occupano di curare, ma di questa occupazione non ne ho mai sentito parlare.

Vuoi vedere che sono, anche, una precorritrice dei tempi, l’unica in Italia, a svolgere questa mansione così creativa?

Sì, perché ho scoperto che ci vuole molta creatività e polivalenza per barcamenarsi fra l’essere medico, infermiere, badante, assistente sociale, cuoca, cameriera, burocrate, donna e uomo di casa, a seconda dei momenti, delle giornate e delle esigenze di chi accudisci.

Sempre più motivata da tutte queste evidenze, mi sono detta, vuoi vedere che senza saperlo, ho intrapreso una carriera considerata, tutelata e molto remunerativa?

Non può che essere così.

Ma arrivò il momento in cui la verità venne a galla e fu così che scoprì cosa comporta essere caregiver in Italia.

CHI E’ IL CAREGIVER IN ITALIA?

Caregiver: portatore di cure, cioè sostegno quotidiano di carattere sociale, psicologico, fisico ed emotivo che viene rivolto a persone non più autosufficienti.

E’ in realtà quella persona (genitore, figlio, coniuge, fratello) che si occupa, a titolo gratuito, di un proprio congiunto non più autosufficiente e non più in grado, autonomamente, di svolgere gli atti necessari alla vita quotidiana.

E lo fa tutti i giorni, 24h su 24h, Natale e Ferragosto compresi, senza turni di riposo o ferie. Perché anche quando, fisicamente, è in vacanza, mentalmente ed emotivamente non lo è. La sua vita ruota attorno alle esigenze della persona che accudisce e fra parentesi, non può neanche ammalarsi, non gli è consentito.

Ho scoperto poi, di non appartenere a una specie rara ma che esiste un esercito nascosto, di caregiver, composto per il 90% da donne, pari a circa 9 milioni di persone (dati ISTAT).

Eh, sì, donne. Perché curare, soprattutto in culture come quella italiana, sembra essere una prerogativa femminile, oppure un’implicita sottoscrizione alla quale aderiamo, nel momento stesso, in cui noi donne, veniamo messe al mondo.

E allora è una schiera di mamme, sorelle, ma anche compagne e mogli, un’infinità di mogli, ne ho conosciute tante all’ospedale. Donne che improvvisamente si ritrovano sole, a fianco di un uomo da accudire, che non è più colui che hanno scelto di sposare.

Di qualsiasi età, di qualsiasi estrazione sociale ma accomunate dal dover assumere un ruolo che le costringe, a seconda della gravità della situazione, e della disponibilità economica in casa, a lasciare il lavoro, a chiedere il part-time o cambiare mansione, accantonando il proprio percorso di studi e la propria realizzazione personale.

Secondo l’Istat sembra che il numero complessivo di ore di assistenza prestato dai caregiver, in Italia, sia stimato come venti milioni di ore al giorno, corrispondenti ad oltre sette miliardi di ore di assistenza all’anno, per una media di circa 8-10 anni. Risulta così comprensibile come sia difficile conciliare questo “hobby” con un altro lavoro. Non ci sono ore sufficienti per farlo.

Vista quindi la totalità dell’impegno, il risparmio da parte delle casse dello stato, che senza l’ausilio dei caregiver, si troverebbe le strutture sanitarie piene di gente bisognosa di cure e assistenza, il mio pensiero è stato: vuoi vedere che fare il caregiver è un po’ come scegliere di coltivare un hobby? Tipo il ricamo o la pittura su ceramica? (senza nulla togliere alla decorazione…) e per questo motivo il nostro Welfare non riconosce il suo ruolo fondamentale?

Altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo non si occupi della sua tutela, del riconoscimento giuridico e soprattutto di fornire un supporto.  Se dovessero farlo per tutti gli hobby, non si finirebbe più.

Oppure dipende dal fatto che caregiver essendo una parola di derivazione anglosassone, ed essendo risaputo che gli italiani masticano poco le lingue straniere, non sapendola tradurre, preferiscono pensare che non esista.

In Italia il caregiver è invisibile, non esiste traccia della sua esistenza.

Ed è per questo motivo che io non sono una caregiver ma semplicemente una moglie, che si occupa per amore, del proprio marito diventato improvvisamente tetraplegico, con la speranza di aver sempre le energie fisiche e mentali per poterlo fare al meglio, senza pensare a ciò che riserverà il futuro, che ad oggi appare al quanto incerto.

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